11665737_10204754565208985_8174759172327679398_nIn occasione della Conferenza Stampa che si è tenuta nel mese di maggio presso la Sala Dorata del Comune di Ivrea, il Vescovo della Diocesi Eporediese, Monsignor Edoardo Aldo Cerrato, ha comunicato che quest’anno, in occasione della Processione del Santo Patrono il 7 luglio, ha invitato l’Arcivescovo di Spoleto, Mons. Renato Boccardo.

Lo stretto legame tra le due diocesi ha radici lontane e si rifa proprio alla storia di San Savino. Secondo il Canonico Gioanni Saroglia, anno 1891, il Barosio e molti altri ritengono che San Savino fosse Vescovo di Spoleto; altri, invece, Vescovo di Assisi.

Egli riporta che “(…) a suo onore s’innalzarono Chiese a Spoleto e in altri luoghi. San Gregorio Magno commetteva a Passivo, Vescovo di Fermo, la erezione di un monastero in Ascoli col titolo di San Savino. La stessa Fermo e altre città andarono a gara di avere reliquie del Santo; ma di tutte, la più fortunata fu Ivrea, che possiede il capo con le parti notabili del corpo. Alcuni scrittori narrano che il trasporto fu fatto da Conone o Corrado, Duca di Spoleto, figlio del re Berengario, Marchese di Ivrea, nel 956. Altri poi lo dicono avvenuto nel 1012 per opera di Leone, della nobilissima famiglia dei Marchesi di Ivrea (…)”

 Il Canonico racconta poi che le spoglie di San Savino giunsero ad Ivrea durante un periodo di pestilenza che infieriva nella regione. “(…) Conone o Corrado pensò di fare visita al Marchese di Ivrea, suo parente. Nel lungo viaggio volle avere un forte protettore nel corpo di San Savino, che portò con sé in un’urna sigillata. Giunto a poca distanza dalla città, gli convenne far sosta, perché trovò le guardie che vegliavano all’entrata dei forestieri, per timore che vi introducessero la pestilenza.

In questo mentre, si racconta che sulla pubblica via stava un povero zoppo chiedendo l’elemosina, e i cortigiani del Duca lo consigliarono di raccomandarsi al Santo, se voleva avere libero l’uso delle gambe, il che fece con viva fede, e la grazia fu fatta, così che potè rialzarsi, camminare spedito e tutto giubilante entrare in città narrando quello che gli era avvenuto (…)”. Dopo che il miracolo divenne di dominio pubblico, i Reggitori della città incontrarono il Duca, il quale donò l’urna ad Ivrea.

 

In un vecchia pubblicazione della Festa Patronale e Fiera di San Savino datato 1988, si legge questo passo tratto da Vecchia Ivrea” di Francesco Carandini, anno 1914.

(…) San Savino Vescovo operava larghe conversioni tra i pagani. Di ciò sdegnato Venustiano, che era prefetto sotto quel Massiminiano Erculio che Diocleziano si era associato nell’Impero, affidandogli il dominio dell’Occidente, e che fu feroce esecutore degli editti contro i cristiani (anni 286-305), Venustiano, dico, fattoselo condurre avanti, gli intimò di adorare certo suo idoletto di corallo, al che il santo essendosi rifiutato, spezzando l’idolo a terra, Venustiano gli fece troncare le mani.

Narra la tradizione che Serena, nobile matrona cristiana di Spoleto, supplicò il Santo di avere pietà di suo nipote Prisciniano cieco dalla nascita, e quegli, toccandogli gli occhi con i moncherini, gli diede la vista. Venustiano, poi, colpito da crudele malattia agli occhi, ebbe ricorso al Vescovo Savino che non solo lo guarì, ma, convertitolo, lo battezzò. Di ciò informato, l’imperatore Massimiano inviò il tribuno Lucio, che raggiunto Venustiano in Assisi, lo trucidò con i suoi, e tratto seco Savino a Spoleto lo fece uccidere a bastonate. Serena, che già aveva serbato gelosamente le mani del Santo, ne raccolse il corpo e lo seppellì poco lontano dalla città, ove venne eretto un tempio.